

184. Le ambiguit della perestrojka.

Da: A. Moscato, Gorbacv. Le ambiguit della perestrojka, Erre-
emme, Roma, 1990.

La perestrojka, ossia il processo di ristrutturazione dell'intero
sistema politico ed economico, avviato da Gorbacv in Unione
Sovietica, incontr fin dall'inizio ostacoli assai difficili da
superare: le resistenze dei conservatori, in particolare degli
apparati di partito; i riformisti radicali, guidati da Boris
Nikolaevic Eltsin, che chiedevano un cambiamento pi vasto e pi
rapido di quello voluto da Gorbacv; le rivendicazioni
autonomistiche e indipendentistiche delle varie repubbliche e
nazionalit che componevano l'URSS; la gravissima crisi economica
che, provocando una drammatica penuria di generi di prima
necessit, esasperava i contrasti ed accentuava gli egoismi
nazionalistici. Nel seguente passo lo studioso italiano Antonio
Moscato mette in evidenza le ambiguit e le contraddizioni della
perestrojka nell'affrontare la questione delle nazionalit.


L'inasprimento delle tensioni nazionali  uno degli indicatori pi
clamorosi dell'insuccesso di Gorbacv. La sua tattica di larghe
alleanze con la burocrazia conservatrice lo ha costretto a
sconfessare e comunque a deludere i movimenti democratici sorti
alla periferia dell'Unione Sovietica, che erano inizialmente
schierati inequivocabilmente per il rinnovamento e in cui i
risentimenti nazionali erano intrecciati quasi sempre a una forte
carica antiburocratica.
Lo stesso Gorbacv, nell'ultimo anno, ha manifestato a pi riprese
la sua inquietudine per il futuro della perestrojka, rilevando la
stridente contraddizione tra i suoi tempi e quelli dei suoi
potenziali sostenitori (o meglio tra la sua tattica prudente, che
vuole evitare di scontrarsi con l'immenso apparato parassitario, e
le impazienze di chi ritiene insopportabile l'attuale sistema).
Una parte dei sostenitori iniziali della perestrojka sono di fatto
divenuti, nel 1988-1989, dissidenti o comunque incontrollabili:
accanto a Boris Eltsin, ci sono appunto i promotori dei Fronti
popolari in Estonia e Lettonia, di Sajudis in Lituania, del
Comitato Karabah in Armenia. Sono tutti impazienti. Alcuni di
loro lo sono perch sono giovani o giovanissimi, altri, al
contrario, perch hanno gi vissuto le speranze (e le delusioni)
delle destalinizzazioni del 1956 e del 1961-1962, delle riforme
di Kosygin, del brevissimo intermezzo di Andropov. E, soprattutto,
perch intorno a loro si sono raccolte folle che non si vedevano
da pi di sessant'anni in Unione Sovietica. Folle di gente comune
che, fino a ieri passiva, rassegnata, indifferente, quindi
spoliticizzata, oggi non lo  pi, anche se paga il prezzo della
propria inesperienza. Il vogliamo tutto non  un'invenzione di
qualche intellettuale operaista. E' lo slogan pi popolare quando
entrano in campo forze nuove, cio quando si avvia una
rivoluzione. E in effetti, in alcune parti della grande Unione
Sovietica, si pu gi parlare di una situazione da certi punti di
vista prerivoluzionaria.
Lo sviluppo della radicalizzazione e della mobilitazione delle
masse avviato dalla perestrojka e accelerato dalle sue esitazioni
e contraddizioni,  ineguale e rischia, oltre a tutto, che le
punte pi  avanzate rimangano isolate in un paese in larga misura
ancora parzialmente risvegliato dal lungo torpore. Comunque, 
questa la ragione della diffidenza, quando non ostilit, dello
stesso Gorbacv nei confronti delle impazienze: il suo progetto
di ristrutturazione, di rinnovamento, proprio perch ancora non
ben definito, ha creato in molte situazioni attese enormi,
mettendo in moto processi che egli teme di non poter controllare.
Egli vorrebbe un processo di autoriforma lento, prudente e
graduale. Senza rotture.
Ci permettiamo di dubitare sulla realizzabilit del suo desiderio,
alla luce di molti analoghi processi avviati nel sistema sorto
intorno all'Unione Sovietica a partire dal 1956 (anzi dal 1953,
con il primo governo Nagy  voluto in Ungheria dallo stesso
Berija): tutti progetti che sono falliti, rifluendo nella pi
triste routine. (Basti pensare alla traiettoria di Gomulka o
all'esito delle riforme di Kosygin). Viceversa, quelli che sono
riusciti a ottenere una partecipazione di larghe masse, non sono
riusciti anche a imporre loro gradualit, prudenza, sacrifici.
Una volta entrate in scena le larghe masse, fino al giorno prima
passive, sono state queste a imporre la propria fretta e i propri
bisogni. E' successo nell'Ungheria del 1956, nella Cecoslovacchia
del 1968, nella Polonia del 1980-1981. La prudenza e la
moderazione dei leader [...] non  servita a frenare i movimenti.
L'inesperienza dei movimenti apparsi sulla scena li ha portati
impreparati allo scontro, senza che essi neppure si rendessero
conto dei pericoli che li minacciavano. Lo abbiamo ricordato non
per contrapporre l'atteggiamento delle masse a quello dei
dirigenti, o viceversa, ma per sottolineare che, appena si aprono
spazi per la partecipazione delle masse, in qualsiasi societ
tutti i piani elaborati a tavolino da chi vuole frenarle o da chi
vuole guidarle saltano ( un'altra delle definizioni possibili di
una rivoluzione). [...].
Oggi, si  avuta una nuova conferma, questa volta positiva, delle
caratteristiche dei grandi sommovimenti popolari. Nel dicembre
1989, a Praga, a Berlino, a Bucarest, l'entrata in scena delle
masse (pur con tutta la loro inesperienza, di cui in seguito
potranno pagare il prezzo, ma anche con la loro impazienza e
imprudenza) ha fatto crollare come castelli di carta regimi che
sembravano dover durare in eterno, ma che - per la crisi del
centro del sistema - non avevano pi nessuno cui chiedere aiuto.
Le masse hanno sempre fretta e sono sempre smoderate nelle loro
rivendicazioni, se e quando si muovono. Non  discorso astratto,
libresco. Hanno cominciato a muoversi, in molte regioni dell'Urss,
e in altre ci sono sintomi importanti di una mobilitazione che
vada al di l dei pur consistenti settori di avanguardia gi
attivi. Il canale delle mobilitazioni non corrisponde sempre agli
schemi classici o ai desideri di chi vuol mettersi alla testa
del processo. In molti casi, appunto, l'elemento catalizzatore -
indipendentemente dalla volont di chicchessia - sono state le
rivendicazioni nazionali. Ci che non era inevitabile era il loro
inasprimento, il loro incancrenirsi, il loro degenerare a volte in
sciovinismo e in forsennata ricerca di capri espiatori. Di questo,
l'attuale direzione sovietica porta per intero la responsabilit.
